Il sistema di smaltimento dei rifiuti

Tutela dell'ambientePer rifiuti s’intende la spazzatura urbana e i rifiuti industriali che, per circa il 90%, sono destinati ad andare nelle discariche. Il resto dei rifiuti è bruciato dagli inceneritori e una parte ancor più piccola entra negli impianti di compostaggio oppure in quelli di riciclaggio che l’Italia utilizza solo per il 7% dei rifiuti. Dunque si tratta di scegliere quale tecnologia adoperare per lo smaltimento dei rifiuti. A oggi tali scelte avvengono in base ai costi di gestione e installazione degli impianti. Solo da poco i municipi italiani hanno implementato obbligatoriamente la raccolta differenziata.

Lo smaltimento dei rifiuti in Italia

Il libro di Roberto Saviano, Gomorra, ha fatto il giro del mondo, così come le immagini dei rifiuti che coprivano il territorio napoletano. Tali sono stati i risultati delle infiltrazioni mafiose e della malgestione dello smaltimento dei rifiuti in Italia, dato che i rifiuti di origine industriale, tossici, provenienti da gran parte del territorio nazionale, sono stati causa del peggior inquinamento del territorio campano. Ma in Italia ci sono anche città che hanno reso il rifiuto una risorsa, offrendo modelli edificanti di gestione dei rifiuti, come il comune di Capannori. Invece, la raccolta differenziata, obbligatoria a livello nazionale, consiste nella selezione dei rifiuti da parte dei cittadini con conseguente smaltimento differenziato dei rifiuti. Infatti, a seconda del genere di rifiuto, è possibile che esso possa essere riciclato, o possa finire nel compostaggio, o solo infine, se non può essere trasformato, potrà finire in discarica.

Le differenze tra i sistemi di smaltimento dei rifiuti

Tra le varie modalità di smaltimento dei rifiuti, quella del compostaggio sembra rappresentare il futuro di ciò che può essere una gestione sostenibile, sana e remunerativa dei rifiuti. Infatti il compostaggio consiste nella trasformazione in humus o fertilizzante naturale dell’insieme dei rifiuti organici, ovvero dell’umido generato da scarti alimentari, frutta, posa del caffè e altro, verdure compresi gli scarti del giardino. Insomma la maggior parte dei rifiuti generati a livello casalingo. Il processo più importante del compostaggio consiste nella fase di fermentazione di tali rifiuti che seguendo i tempi biologici della natura (dai 4 ai 6 mesi) giunge a diventare compost, ovvero fertilizzante naturale per i campi. L’impianto di compostaggio non fa altro che accelerare tali tempi naturali. E sono molte le città, soprattutto nell’America del Sud che adottano tale sistema che genera anche profitti per le amministrazioni pubbliche, dato che il compost così prodotto viene venduto sul mercato. Tali amministrazioni preferiscono il compostaggio agli inceneritori che sono costosissimi ed emettono sostanze tossiche senza produrre ritorni economici per i cittadini. Mentre il riciclaggio si occupa di quasi tutte le sostanze dal metallo alla plastica, dal vetro alla carta che trasforma in nuove sostanze riutilizzabili. Con tale sistema di smaltimento dei rifiuti non s’inquina l’aria e l’acqua, si risparmia energia e sostiene la conservazione del pianeta. Il riciclaggio ha un passaggio fondamentale all’inizio del processo, ovvero la raccolta differenziata a monte della quale sono necessarie anche politiche d’incentivazione al riciclaggio. Tant’è che molte città hanno adottato sistemi di premiazione per i cittadini più “ecologici”.

Foto: Renate W. – Fotolia

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La plastica verde

Ricerche universitarieChi l’avrebbe mai pensato che i batteri possono aiutare la terra a liberarsi dalla montagna dei rifiuti? Sono conosciuti per la loro capacità di trasmettere infezioni agli uomini, ma sono gli stessi che si trovano negli jogurt per aumentare le difese immunitarie. I batteri sono microscopici ed esistono in miliardi moltissimi e attualmente sono oggetto di studio dei ricercatori dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Attraverso essi è possibile creare la plastica verde.

La creazione della plastica verde

Presso il laboratorio dell’università milanese è emersa un’invenzione che potrà contribuire a cambiare le sorti di questa terra. Infatti si è scoperto che il lavoro di miliardi e miliardi di tanti piccoli batteri riesce a far fermentare il latte. Da tale processo si producono delle molecole conosciute comunemente sotto il nome di acido lattico. S’immagini ogni molecola di acido lattico con due braccia ognuna delle quali si lega al braccio dell’altra molecola, in tal modo nasce un forte e lunghissimo abbraccio. A questo punto la sostanza compatta e forte che si crea, se trattata nel modo giusto, può assumere le fattezze e la plasticità, della plastica, appunto. Da qui nasce il nome di plastica verde o plastica buona se si preferisce. La plastica “cattiva”, invece, è derivata da molecole di petrolio che, a differenza delle molecole di acido lattico, si uniscono in maniera così forte e resistente tra loro, che oggi ne vediamo le conseguenze: sono necessari 1000 anni per smaltire una busta di plastica. Per smaltire la plastica è necessario spezzare il legame che si crea tra queste molecole. Il vantaggio della plastica verde consiste proprio nella sua origine di tipo vegetale. Infatti, i batteri utilizzati di origine vegetale, sono resistenti ma allo stesso tempo facili da smaltire, con specifici micro-organismi decompositori facilmente trovabili in natura.

La diffusione della plastica verde

La scoperta degli scienziati dell’università Bicocca, si è spinta oltre. Produrre plastica verde su scala industriale. Per far ciò, hanno proseguito le loro ricerche, scoprendo che i lieviti sono finanche migliori dei batteri di origine vegetale. Così i ricercatori hanno ammaestrato i batteri affinché si traducessero in lievito capace di produrre acido lattico. Anziché far produrre etanolo, ovvero il lievito per il pane, la birra e il vino, gli scienziati hanno fatto produrre lievito per la plastica verde. In tal modo sarà possibile ottenere più plastica verde che potrà essere venduta a un costo più basso sul mercato, essendo producibile in quantità più grandi. La difficoltà dei prodotti “verdi” biodegradabili è il costo elevato rispetto ai prodotti di plastica tradizionale, si pensi ai bicchieri, alle posate e ai piatti di plastica. In altri paesi, invece, come il Giappone, tali ricerche sono finanziate da aziende private, in tal caso aziende automobilistiche. Bisogna specificare che il gran vantaggio di tale genere di plastica è la sua biodegradabilità, ovvero la possibilità di smaltirla in tempi brevi, poco onerosi e per nulla inquinanti. Un sacchetto di plastica verde, infatti, potrà essere smaltito con l’acqua e l’anidride carbonica che facilmente sono presenti nella maggior parte del suolo.

Foto: chiakto – Fotolia

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La diffusione del greentech

Soluzioni  greentechLetteralmente si può tradurre in architettura del verde, ma si può leggere da tanti punti di vista, dalla ricerca all’economia, dall’architettura alle utenze che consuma energia. Nel linguaggio comune, il greentech rappresenta una soluzione nuova e sostenibile per l’uso delle energie a scopo civile e industriale che, allo stesso tempo vuole essere anche un risparmio economico per chi le usa.

Il greentech in Italia

Un’impresa su tre in Italia utilizza le soluzioni greentech, ovvero risparmia in bolletta e contemporaneamente tutela l’ambiente. Le imprese che hanno operato tale scelta hanno deciso di utilizzare energie rinnovabili per la propria attività e soprattutto hanno scelto di risparmiare. L’analisi dei bilanci del 2010 e 2011 parla chiaro: le imprese che non hanno optato per il greentech hanno speso 7,8 mld di euro rispetto ai risparmi registrate dalle imprese che hanno introdotto le energie rinnovabili. Ma è importante sapere che vi sono progetti per l’autoproduzione di energia verde che farà risparmiare ancor più le aziende garantendo la sostenibilità ambientale del territorio nel quale sono insediate. Tutto parte dalle università, un grande polo si trova in Emilia Romagna. Dagli stessi centri universitari partono gli spin-off all’avanguardia estendibili in qualsiasi territorio. Per spin-off s’intende “girar fuori” e significa che gli studiosi e i ricercatori che elaborano invenzioni spendibili sul mercato nazionale e internazionale hanno la possibilità di rendere vendibile qualcosa che ritorna utile a tutti in termini economici e di sostenibilità ambientale. Non è un caso che sono interessate le Facoltà di Agraria e di Biotecnologie dalle quali sono emerse importanti start-up che hanno trovato, ad esempio, nuove tecnologie di raffinamento del silicio, utilizzato dall’industria fotovoltaica. Lo scopo è quello di rendere un prodotto migliore con costi inferiori.

La ricerca per il greentech

Insieme alle soluzioni greentech si stanno sviluppando molte possibilità lavorative, non solo in termini quantitativi ma anche qualitativi. A Pordenone, ad esempio, vi è un polo tecnologico che si occupa di trasferimento tecnologico che sia innovativo, economico e sostenibile. Un obiettivo non è mai dimenticato in questi ambienti: il benessere dell’utente finale. E non è un caso che tale polo si trovi immerso in un parco che ospita 40 aziende che provengono da tutto il territorio nazionale per elaborare progetti per mettere la scienza al servizio dell’uomo e dell’ambiente. Come il progetto Easyhouse che integra l’ergonomia cognitiva all’elettronica per rendere servizi domotici agli utenti della terza età, al fine di migliorare la vivibilità dell’abitazione e rendere intelligente l’uso dell’energia senza più sprechi. Oppure si pensi al progetto Nutriheart, ideato per ridurre l’incidenza delle malattie cardiovascolari che colpiscono bambini e anziani e sono causate da una nutrizione non sana. A tale ricerca ha collaborato la regione del Friuli Venezia Giulia, così investimenti pubblici e privati insieme sono stati destinati alla ricerca dei fattori genetici e molecolari che influiscono sulla salute dei cittadini per scoprire nuovi prodotti e servizi non nocivi per la salute. Infatti l’obiettivo principale è di trovare dati e motivazioni scientifiche da distribuire su tutto il territorio nazionale al fine di promuovere anche nuove soluzioni terapeutiche e una migliore educazione alimentare.

Foto: Thaut Images – Fotolia

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La sostenibilità delle nuove occupazioni

Occupazione nel settore dell'ecosostenibilitàIl 25% del fabbisogno energetico europeo potrebbe essere interamente prodotto da energie rinnovabili. Tale sarà il risultato nel 2015 se tutti gli Stati avranno rispettato i propri impegni in termini di riduzioni di emissioni nocive e in termini di utilizzo di energie rinnovabili. Alcuni stati come la Svezia, la Germania, la Spagna e finanche la Polonia già si sono adoperati per raggiungere tali obiettivi. L’Unione Europea sostiene tale impegno promuovendo lo sviluppo delle energie verdi insieme a programmi di sviluppo lavorativo.

Le nuove occupazioni

Si può già affermare che le energie rinnovabili sviluppano più posti di lavoro rispetto ai combustibili fossili. Basti pensare a quante alternative (questa volta non solo energetiche) si stanno generando anche solo nei centri di studio delle università da dove nascono prodotti, come i pannelli fotovoltaici, e servizi come l’efficienza energetica per le industrie e le residenze private, che stanno cambiando il volto alla quotidianità. Tali realizzazioni, appena uscite dalle università, si immettono nel sistema produttivo e distributivo delle industrie, si amplificano sui livelli informativi e sulle azioni di sensibilizzazione delle amministrazioni pubbliche e infine richiedono nuove occupazioni per le installazioni e la manutenzione delle stesse. Allo stesso modo, i nuovi posti di lavoro funzionali alla sostenibilità ambientale ed economica, nascono con gli stage proposti agli studenti che desiderano lavorare per le energie alternative. Soprattutto per gli studenti ci sono molte possibilità e molti interessanti se si pensa che offrono la possibilità di spostarsi nei paesi europei, ma anche negli stati americani. Di certo, ingegneri e tecnici, project manager, consulenti e anche commerciali sono richiesti dal nuovo mercato verde.

Il greentech per le nuove occupazioni

Se gli spin-off universitari sono diventati il canale diretto tra la ricerca e la creazione di nuovi posti di lavoro, anche le amministrazioni pubbliche sono diventate dirette mandatarie di nuove occupazioni. Infatti l’opera di sensibilizzazione, l’educazione ambientale e alimentare comporta la richiesta di pianificazione, organizzazione ed espletamento di taluni progetti che richiedono la presenza di varie figure, dal collaboratore amministrativo all’esperto di energie rinnovabili, sostenibilità ambientale e alimentazione biologica. Non solo, le amministrazioni pubbliche incaricano più aziende per l’implementazione di strutture atte all’utilizzo di soluzioni greentech. A tale scopo si attivano una serie di canali che sviluppano nuove occupazioni sul territorio. A partire dalla creazione di nuovi corsi professionali mirati allo conoscenza e installazione delle nuove strutture greentech fino alla creazione di lavori salubri che per gli autotrasportatori che si occuperanno del trasporto delle tecnologie per nulla nocive. In tal senso, anche l’Unione Europea apre sempre più posizioni lavorative quali agenti tecnico-scientifici, amministrativi, esperti nazionali distaccati che lavorano dalla propria nazione di origine, scienziati e ricercatori. Dunque si tratta di nuove occupazioni non solo in termini numerici ma anche contenutistici, poiché anche l’operaio della manutenzione o l’operatore del customer care di aziende che distribuiscono energie alternative tratteranno “nuove materie” attorno alle quali si spera di generare anche una nuova sensibilità. A tutt’oggi tali occupazioni sono nominate “green jobs”. Il primo di essi ad essersi diffuso rapidamente ha riguardato gli operatori del turismo sostenibile o eco-turismo a tutt’oggi molto richiesto.

Foto: Kaubo – Fotolia

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Acqua bene comune

Servizio idricoLa maggioranza del popolo italiano ha deciso per referendum popolare del 2011 che l’acqua dev’essere gestita da aziende pubbliche. Con tale scelta s’intende considerare l’acqua un bene comune che non può essere privatizzato e dunque soggetto a profitti di tipo privatistico. La gestione pubblica, infatti, persegue il pareggio di bilancio e il reinvestimento. Inoltre per bene comune s’intende un servizio o un bene di cui tutti possono usufruire poiché tutti ne hanno diritto. In tal caso si tratterebbe del diritto all’acqua.

Assessorato al bene comune

La città di Napoli ha applicato quanto espresso dalla volontà referendaria: ha reso pubblico il servizio idrico nel napoletano. Non solo, per la prima volta in Italia, è stato creato l’assessorato al bene comune guidato dal professor Alberto Lucarelli. Con tale assessorato è in atto la valutazione di tutti quei beni e servizi che rendendoli pubblici garantiscono il rispetto dei diritti fondamentali di ogni cittadino. Tale valutazione avviene con confronti pubblici con associazioni, movimenti, gruppi e comitati che garantiscono un’autentica partecipazione democratica. Il tutto stabilito secondo la Delibera emessa dal municipio. La discussione pubblica è indirizzata su sei temi, tutti riguardanti il bene comune, così inteso per l’oggetto della discussione e le modalità dei confronto pubblico. Le sei aree di riferimento riguardano l’amministrazione dell’edilizia pubblica, il bilancio partecipato, le pari opportunità e sull’istruzione e lo sport, l’ambiente e la gestione dei rifiuti insieme alla tutela della salute e della mobilità, le politiche sociali per i cittadini e i migranti e, infine il diritto al lavoro e allo sviluppo con utilizzo dei beni confiscati alla mafia.

La gestione del bene comune

Alla gestione pubblica dell’acqua in Italia si è giunti attraverso un referendum popolare (a tutt’oggi ancora da tradurre in legge) e taluni casi di applicazione di sistema idrico integrato rappresentano delle eccezionalità. Ma siccome il bene comune riguarda più settori, dal diritto allo studio al diritto alla salute, e inevitabilmente coinvolge un intero sistema amministrativo, come funziona negli altri paesi? Vi è un particolare esempio che riguarda l’individuazione e la realizzazione di un ulteriore bene comune: la democrazia ambientale. Esiste la Convezione di Aarhus (Danimarca) che si occupa di garantire l’accesso al processo decisionale da parte di tutti i cittadini e su una particolare area tematica: la giustizia ambientale. Garantendo questi due diritti fondamentali la Convenzione vuole garantire il diritto alla vita dei cittadini, poiché salvaguardando e tutelando la qualità ambientale si propone di garantire il diritto alla salute. Il sostegno della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali, è offerto col miglioramento del servizio informativo pubblico che salvaguardia la trasparenza nei confronti del cittadino, rafforza la sensibilizzazione ai temi ambientali e l’efficacia delle scelte finali. In tal modo si tiene in considerazione l’eredità da lasciare alle generazioni future. La Convezione è stata approvata nel 2001 ed è valida per tutti gli stati membri dell’Unione Europea. Cosicché se in Italia si è appena giunti all’esistenza d’iniziative che ripubblicizzano l’acqua, in realtà sono già stati emessi da molto tempo gli strumenti per una buona gestione dei beni comuni.

Foto: Wladimir Tolstich – Fotolia

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Servizio idrico di Novara e VCO

Sistemi idrici integratiNon tutti sanno che la provincia di Novara e del Verbano Cusio Ossola (VCO) rappresenta un modello di pubblicizzazione del servizio idrico. Nel 2011 in Italia si è tenuto un referendum che decretasse la ripubblicizzazione dell’acqua, mentre alcune realtà già la praticano fin dal 2007. Un esempio di sistema idrico integrato, ovvero posseduto e gestito interamente dai comuni interessati esiste già per i 149 comuni della provincia di Novara e del VCO.

I vantaggi del servizio idrico in house

L’azienda pubblica alla quale l’Autorità per la Vigilanza sui contratti pubblici ha concesso la gestione del servizio idrico è l’Acqua Novara VCO S.p.A. che serve 450.000 abitanti con una struttura di ben 200 dipendenti. La convenzione stipulata tra i due enti pubblici ha una durata ventennale e dal 2007 in poi i comuni che aderiscono a tale piano aumentano sempre più. Il primo vantaggio che tutti i cittadini possono vedere è il risparmio economico operato dalla gestione pubblica del servizio idrico in house, dunque un vantaggio in bolletta determinato soprattutto dal reinvestimento dei capitali. Essendo un’azienda a gestione pubblica, non ha bisogno di profitti, bensì solo di capitale da reinvestire per il mantenimento e il miglioramento della gestione del servizio. Per tale motivo ogni cittadino servito dall’Acqua Novara VCO S.p.A. può usufruire anche di agevolazioni in base al reddito e al nucleo famigliare, chiedendo anche rateizzazioni qualora ve ne fosse bisogno. Diversamente da altri sistemi di gestione privata, quella pubblica garantisce a ogni cittadino una disponibilità quotidiana e una riserva idrica giornaliera per casi di emergenza. Inoltre le utenze possono godere della buona qualità dell’acqua erogata poiché per legge bisogna far giungere acqua pura dal punto di vista microbiologico. In tal modo ogni utente può abbattere anche i costi sostenuti per comprare i fardelli di acqua potabile.

Le garanzie del servizio idrico dell’Acqua Novara VCO S.P.A

L’azienda pubblica del servizio idrico del novarese, per rimanere tale, deve garantire la qualità dell’acqua erogata a un prezzo giusto. Inoltre il servizio idrico integrato che si occupa della gestione dell’acqua (e non della vendita) deve fornire l’acqua, non solo per gli usi civili, bensì anche per la fognatura e per il sistema di depurazione presso le acque reflue. Ciò comporta una gestione che vede un ente controllore, ovvero l’Autorità d’Ambito che verifica le condizioni di qualità ed economicità, un proprietario, in tal caso i Comuni, e un gestore, ovvero l’Acqua Novara VCO S.p.A. che a sua volta gestisce altre società operative territoriali. Attualmente, si sta cercando di migliorare alcuni aspetti gestionali in favore del consumatore finale, quali il telecontrollo e l’implementazione dell’informatizzazione delle reti, mentre tocca all’Autorità d’Ambito il potere sanzionatorio nel caso in cui vengano meno i parametri di qualità non solo dell’acqua ma anche della risoluzione degli eventuali problemi presentatisi. Di certo un sistema del genere riesce a migliorare gli standard dei servizi pubblici in fatto di customer satisfaction e di reinvestimento con determinazioni positive per tutti i soggetti interessati. Cosicché tali standard superano anche i livelli dei servizi idrici americani e inglesi.

Foto: Udo Kroener – Fotolia

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